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lunedì, 20 luglio 2009

Io so solo una cosa

Col bello e tutto il resto

Quando si posa

Sulla felicità il tuo corpo

Deve far male agli occhi.

 

 

Postato da: ribosoma a 03:17 | link | commenti |

giovedì, 21 maggio 2009
Al circo

 

 

A volte sono un gran minchione.

Grande ma non il più grande di tutti.

Sono un gran minchione medio.

Medio anche nell’essere minchione.

 

Se fossi il minchione più grande di tutti

La gente mi porterebbe rispetto

E riverenza.

Ma siccome sono un gran minchione medio

Non si degna d’attenzione

E schiva e bolla ogni gesto

Come già visto

‘Si poteva fare di meglio’

Pensando

Ed il sorriso vermiglio

Plaudendo.

Postato da: ribosoma a 13:21 | link | commenti (1) |

mercoledì, 01 aprile 2009
Il droghiere

Oggi sono andato a comprare pane e salame. Avevo fame, così sono sceso pensando che di lì a poco avrei mangiato. Ho attraversato la strada e sono entrato dal droghiere. La bottega del droghiere era sporca e polverosa. Non c’era in essa un alito d’aria, né filtrava luce. Ho chiesto pane e salame nella semioscurità. A casa, al primo morso, ho avvertito un sapore penetrante di muffa. Il salame e il pane erano verdi. Sono sceso di nuovo dal droghiere e l’ho trovato che dormiva. L’ho svegliato, pregandolo gentilmente di darmi altro pane e altro salame. Mi ha risposto che non ne aveva. Sono uscito fuori e ho pianto.

Postato da: ribosoma a 17:41 | link | commenti (2) |

venerdì, 27 marzo 2009

Qualcuno ha detto

luce

al primo fuoco

sull’acqua

del mattino.

Postato da: ribosoma a 21:14 | link | commenti |

martedì, 17 marzo 2009

Il 41 barrato è l’autobus più affollato della città. È affollato a qualsiasi ora. È così affollato perché non passa mai. Alle sue fermate, vicino al cartello, la gente si annida sempre a frotte, e aspetta. Molte volte non si riesce nemmeno a entrare. All’apertura delle porte, le persone dentro spingono e tirano calci verso i nuovi arrivati, gelose del proprio spazio. È possibile, in queste occasioni, sentire le più variegate serie di insulti e grugniti. Come in una guerra, sul 41 barrato vince il più forte o chi attacca per primo.

Postato da: ribosoma a 21:36 | link | commenti |

domenica, 22 febbraio 2009

 

La casa dove abitavo da bambino

Aveva un terrazzo.

A volte prendevo l’ascensore

E salivo all’ultimo piano.

 

Gli alberi, le vie, il brulicare del mercato

Si diffondevano tutt’intorno.

Osservavo curioso le persone

Passare. Di solito ne sceglievo una

E la seguivo

Nei suoi piccoli movimenti

Finché non spariva

 

Allora

Mi rannicchiavo

Per sentire meglio

Le carezze del cielo.

Poi mi stendevo

Ad occhi chiusi

Ascoltando

Il lento rumore

Della città.

 

Le ore passavano

Indefinite

Insieme alle nuvole

Piccole e sfuse.

 

Nessuna fretta

Nessuna chiamata

 

Me ne stavo sdraiato

Riempito ovunque di sole.

Postato da: ribosoma a 07:35 | link | commenti (1) |

martedì, 27 gennaio 2009

Un grande scrittore non cerca vette elevate, ma profondità abissali.

Postato da: ribosoma a 20:07 | link | commenti (5) |

sabato, 10 gennaio 2009

Le strade stasera si chinano

Di smarrita riverenza.

Filo via. Freddo.

C’è il fiume che scorre tutt’intorno

E la vecchia isola Tiberina.

Al semaforo una macchina.

Compagno di sventure,

Dove ti porta la carretta?

Ripartiamo col primo verde?

Stasera c’è persino spazio

Per i sentimenti.

 

Non voglio andare a casa.

La mia casa è brutta e coi mattoni rossi.

Stanotte voglio scendere,

Fermarmi sul ponte,

Guardare l’acqua.

Tremila lampioni abbagliano.

Mi salutano. Capitàno, hai le spalle dure!

Sopporti persino la guaina d’umido.

Lampioni,

Mi intenerite,

Come tremila violini.

Andrò avanti, io stesso

Violino.

 

Eh ma verrà il giorno…

 

Stop.

Fuoco ovunque. E il silenzioso

Rumore della corrente.

Postato da: ribosoma a 02:33 | link | commenti |

mercoledì, 17 dicembre 2008

Mi ricordo che quando ero piccolo i miei aprivano sempre le finestre della cameretta, mentre io ero ancora sotto le coperte. D’inverno la mattina entrava un freddo così forte che non ti andava di alzarti. Ma forse la mia cameretta puzzava, per questo c’era bisogno d’aria pulita. Oggi non apro mai le finestre, e chissà perché non da più fastidio a nessuno.

Postato da: ribosoma a 03:22 | link | commenti (1) |

mercoledì, 10 dicembre 2008

In realtà non so descrivere la musica. La musica non ha morale. È come i bambini. Non conosce né parole né doveri. È la libertà pura, nuda, devastante. È il suono dell’uomo, quando l’uomo è degno di vivere.

Postato da: ribosoma a 01:36 | link | commenti |

mercoledì, 19 novembre 2008

 

Nella casa tutto è pulito e tranquillo.

Mancano solo due-tre gocce di sangue.

 

Nel silenzio

Vai per il corridoio

E stai attento.

Potrebbero tagliarti

Ad ogni angolo.

Nasconditi

Spegni la candela

E aspetta.

Finché giorno non scocchi

Finché morte non ti separi.

 

Nella casa tutto è pulito e tranquillo

Manca solo la vita, la vita di domani, la vita.

 

Postato da: ribosoma a 01:44 | link | commenti |

venerdì, 14 novembre 2008

Si finse colpito da un malore e si stese a bordo strada. Una macchina rallentò e si fermò, proprio all’imbocco della discesa. Presto una donna si avvicinò. Cracsi notò che era sola.

“Vi sentite poco bene?”, profferì la donna,una signora abbastanza robusta sulla quarantina, e si chinò sull’uomo sdraiato e con gli occhi socchiusi.

“Fra poco starò meglio”, sussurrò il Cracsi, e felino si alzò e spinse la donna, che rotolò giù per la discesa. Il Cracsi le fu subito sopra e le tappò la bocca con una mano, non dandole modo così di gridare, mentre con l’altra tirava fuori una boccetta di cloroformio. La donna reclinò la testa senza alcuna resistenza. Il Cracsi la ricompose con accuratezza (apparteneva alla scuola dei ladri gentiluomini), congiungendo le due braccia sul petto e poggiando la schiena sul tronco di un alberello. Dunque risalì verso la macchina. Esaminò la borsetta della donna. “Liliana Malumori, 37 anni, coniugata, residente a Roma, 70 euro, bene…carte di credito? Si, una. Bene…be’, l’importante è la macchina!”, disse fra sé, tirò fuori dal portafoglio contanti e carta di credito e si alzò per riportare la borsetta e il contenuto alleggerito alla povera donna inerte. Era un ladro gentiluomo, Amintore Cracsi, lasciava sempre il non necessario ai rapinati, perché infatti, scomodarli ulteriormente? Posò la borsa a fianco della Malumori, ma si spaventò un poco per l’estrema innaturalezza del viso. Gli occhi erano aperti e le pupille guardavano all’insù. Si chinò di nuovo e tastò il corpo: rigido. Mise un dito sotto il naso della donna: niente. Premette due dita contro la carotide, la giugulare, tastò il petto, appoggiò l’orecchio…

Zero, Liliana Malumori era morta stecchita. Dalla paura le era venuto un infarto. Il Cracsi si allarmò, ma da ladro furbo qual era decise di riportare la donna nell’abitacolo: tutto rientrava nei piani e nessuno avrebbe sospettato nulla. La donna si era fermata perché sentitasi male ed era morta per un attacco di cuore lì, dentro la sua macchina, sul ciglio della strada. Nessuno avrebbe indagato. Cracsi rimise soldi e carta di credito nel portafoglio, pulì le tracce di terra dai pantaloni della donna, la sollevò e cominciò ad andare per la salita. Ma proprio in quel momento notò due fari puntati dritti su di lui. Subito scese un ragazzo, alto, biondo, sui venticinque:

“Serve aiuto?”

Cracsi era sotto shock: che fare? Un testimone è pur sempre un testimone, e i testimoni testimoniano, pensò in una frazione di secondo, ma gli mancarono i nervi per dissimulare i suoi pensieri, sicché urlò: “vattene via!”

Il ragazzo si insospettì, anziché andarsene fece alcuni passi verso il Cracsi, che continuava a trasportare il corpo senza vita della Malumori. Il nostro ladro esperto lo vide e, gettata la donna a terra come un sacco di patate, si lanciò contro il ragazzo. Quest’ultimo non ebbe il tempo di sbattere le palpebre che una lama gli recise la gola da parte a parte. Cracsi si pulì con un fresh & clean e scagliò il ragazzo nelle erbacce, aspettando che il sangue scolasse. Intanto si sedette su un masso e ragionò sul da farsi.

Li avrebbe messi tutti e due in macchina, li avrebbe portati in fondo al boschetto e gli avrebbe dato fuoco. Lui sarebbe poi fuggito per i campi in direzione dei Castelli.

Postato da: ribosoma a 19:06 | link | commenti |

giovedì, 06 novembre 2008

La vecchietta si rifece con il terzo libro, ‘Manuale di taglio e cucito’, che portò a casa per 50 centesimi. Le altre vecchiette si complimentarono. “Ma guarda queste, hanno più pizzetto di me”, esclamò l’omaccione ubriaco, e ruttò. In quel momento l’esecutato, che stava conducendo l’asta del prezioso cofanetto dell’Opera Omnia di Baricco, si interruppe e, guardando perplesso l’ubriacone, domandò: “Lei ha forse fatto un’offerta?”

L’ubriacone cadde in vivo imbarazzo, si guardò nervosamente di qua e di là e borbottò: “chi io? No, io… io no…”

“Andiamo”, disse l’esecutato, “non sia timido, le ricordo che una volta fatta l’offerta non ci si tira più indietro…”

La situazione del povero ubriaco si faceva sempre più difficile. “Ma guardi, io…io non ho detto mica qualcosa…” provò a spiegare.

“Su, su, niente storie, lei ha fatto un’offerta, ora non la può ritirare, mi dispiace. A quanto ammontava?”

L’ubriaco sudato, scamiciato, era al culmine della disperazione. Si prese la testa tra le mani, stette qualche secondo immobile e poi cedette: comprò il cofanetto.

Gli astanti lo guardarono con sdegno e lui pensò che a questo mondo non si può nemmeno ruttare in santa pace.  

Postato da: ribosoma a 01:24 | link | commenti |

giovedì, 16 ottobre 2008

“Benvenuti alla mia asta fallimentare!”

La gente raccolta in sala esultò. Da un po’ di tempo il brusio sommesso aveva lasciato posto al chiasso più sfrenato. Era comparso il vino, poi la birra, infine gli amari e le grappe, insomma, gli animi si erano scaldati e regnava la più completa confusione. Al tavolo delle vivande il cameriere non sapeva più a chi dare i resti, davanti a lui un gruppo di signori rideva a crepapelle per le movenze volgari di uno di loro, evidentemente il trascinatore, un uomo magro, alto, dinoccolato, che si agitava come scosso da una scarica elettrica; accanto a loro un ragazzo mimava il gesto della pecorina a quella che sembrava essere la sua ragazza poiché quest’ultima ridacchiava con una mano sulla bocca e lo guardava eccitata; più in là un gruppo di vecchiette si accaniva contro i resti del buffet, commentando la miseria delle porzioni del giorno d’oggi in paragone a quelle di un tempo; a destra delle vecchiette  un omaccione con la camicia sbottonata in evidente stato d’ubriachezza non riusciva a tener fermo il proprio bicchiere versando alcol dappertutto; un tizio incredibilmente barbuto, uno di quelli che potremmo definire a prima vista filosofi, si lisciava la barba discutendo svogliatamente con un tipo straordinariamente rubizzo, calvo come un uovo e con i denti d’oro sempre digrignati in un ghigno d’approvazione; vicino a loro due vecchi dalla faccia da contadino bofonchiavano qualcosa dandosi delle reciproche pacche sulle spalle, incurvandosi sempre di più tanto da poter toccare il parquet col mento; appoggiato alla parete sinistra un tipo sulla sessantina cercava di abbordare una signora con un cappello a pois, una dozzina di ragazze si riassettava in continuazione i capelli, giù nell’angolo due uomini che sembravano imprenditori si sbracciavano per sostenere non so quale opinione e insomma, nella stanza regnava il caos totale finché non si annunciò l’inizio della seduta. La gente, strepitando e sghignazzando, prese posto dove meglio capitava, vi fu un orribile tramestio di sedie e sederi poi, improvvisamente, si fece silenzio.

L’odore del vino, del sudore e dell’alito, dei calzini e dei vestiti sporchi impregnavano di marcio l’atmosfera asfittica; il fumo e il fatto che non vi fosse nessuna finestra contribuivano a rendere l’aria, già malsana di suo, irrespirabile.

La sala era ampia almeno cento metri quadri; ciò nonostante i muri erano qua macchiati, lì screpolati, il soffitto era basso e opprimente, incurvato leggermente verso il centro, i lampadari non funzionavano e al posto loro si usavano delle luci giallastre poggiate per terra che lasciavano la sala in uno stato di lugubre penombra; quattro file di sedie, divise da un camminamento, costituivano insieme al tavolo del buffet e quello sul palco l’unico mobilio della stanza. Il palco, rialzato di qualche piede dal pavimento, dava su una porticina dalla quale, appunto, il signore con alcuni camerieri era uscito per annunciare l’inizio della seduta.

Era questi un buon uomo, per quanto ne potessi saper io, che nella vita aveva provato tante cose e intrapreso molte vie nel mondo dell’arte. Aveva preso parte a numerosi movimenti, seguito correnti, incoraggiato artisti. Egli stesso amava considerarsi, sottovoce, artista. Poi con l’avanzare degli anni aveva fondato delle industrie d’arte ed era stato socio di alcune aziende di produzione cinematografiche; aveva inoltre redatto per certe case editrici una serie di volumi, o forse una collana, bene non saprei dire, sulla letteratura italiana del ‘900. Ricordo di averci parlato una volta alla presentazione del suo unico libro, caso strano dal momento che egli si riteneva di professione scrittore. Mi disse che quella nella sua vita era l’unica cosa di cui andava fiero e me ne regalò una copia. Il libro parlava di una serie di misteriosi suicidi ai quali nessuno sapeva dare un perché. Lo lessi con molto piacere, malgrado lo stile un po’ ampolloso.

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mercoledì, 01 ottobre 2008
Due baldi giovani

 

 

 

 

Una mattina di fine Settembre Ambrogio Rattatà, un pensionato sui settant’anni, si svegliò e disse alla moglie: “Cara, che stiamo a fare qui a Roma, è una bella giornata, andiamo al mare!”. La moglie – anche lei si destò –  guardò il marito e fece un segno d’assenso. Il signor Rattatà tutto contento si alzò dal letto, e un po’ traballante per via dell’età e dell’emozione si mise a preparare le cose. Non andavano al mare da molto tempo, acciacchi e  reumatismi li costringevano a lunghi periodi in casa, con appena le forze per andare al supermercato. Quella mattina invece si sentivano entrambi pimpanti; il signor Rattatà rispolverò la patente, la affondò nel taschino e gridò alla moglie ancora in bagno: “Si parte!”

Settembre riserva non poche sorprese. Era infatti ancora piena estate, non una nuvola in cielo e sole dappertutto. La spiaggia era deserta e appariva sterminata, priva di quei fastidiosi ombrelloni degli stabilimenti. La sabbia era liscia e modulata, ed esalava quell’odore denso che al signor Rattatà ricordò le corse che da piccolo faceva con la mamma e di come si buttava a stella nella sabbia, dimenandosi e ridendo.

Scelsero un cantuccio ombroso dietro una minuscola capanna. Qui si spogliarono. Il signor Rattatà restò in canottiera e calzoncini, la moglie in un largo costume e un grosso cappello di paglia. Stettero in un lungo silenzio. Ogni tanto il signor Rattatà sospirava per l’entusiasmo: “Aaah, oooh, eeeh”, faceva, e i suoi sospiri si perdevano nell’impalpabile brezza. Poi, visto che era ora di pranzo, tirò fuori due panini, uno lo porse alla moglie: “Tieni cara, hai fame?”. La moglie lo prese e iniziò a mangiare avidamente. Finito il pasto al signor Rattatà venne voglia di parlare. Si girò da una parte e vide il mare, si girò dall’altra e vide la moglie, davanti e sotto di sé la sabbia. Rimase in silenzio, fermo, con le braccia appoggiate sulla sediola pieghevole.

“Siamo dei soprammobili” disse, e gli occhi si persero non so bene dove.

 

 

 

Postato da: ribosoma a 21:52 | link | commenti (2) |